In Alleanza

Il blog del Centro Internazionale di Spiritualità


Lascia un commento

Pasqua

La riflessione che intendo fare sulla Pasqua è personale, cioè senza consultazione di libri, anche se qualche libro sull’argomento nel corso della mia vita l’ho letto.
La Pasqua cristiana è una festa; anzi la Festa. Deriva da quella ebraica, che infatti era la festa per eccellenza del popolo e del singolo fedele. La stessa assonanza che c’è tra la parola ebraica e quella di molte lingue moderne per indicarla dimostra il comune significato. Pèsach in ebraico, Pasca, in latino, Pasqua in italiano, Pâques in francese, Pascua in spagnolo… Ripeto: il suono simile aiuta a comprendere che siamo nello stesso concetto della festa ebraica. Il significato è: passaggio. Dunque festa del passaggio, la possibilità di un oltre ogni stadio della vita, anche il più chiuso.
La Pasqua ha attinenza con il tempo; esperienza del vivere umano. Scorre la nostra esistenza secondo un prima e un dopo, senza la possibilità del fermo tempo, come sarebbe il fermo immagine in una pellicola. Si direbbe che la nostra vita si fondi sulla certezza del dopo, perché il presente non esiste. Nessuno può dire dell’attimo che sta vivendo: eccolo, e mostrarlo a un altro. È già passato, non è più quello. Se il tempo per noi si fermasse vorrebbe dire che non ci siamo più. Dunque tra il prima e il dopo, la Pasqua ci fa festeggiare la certezza del dopo, contro ogni evidenza, essendo incontrovertibile che ogni vita termina con la morte.
Il popolo di Israele che avrà il precetto di celebrare la festa del passaggio dimorava in una terra straniera, in condizione di schiavitù e senza alcuna speranza di svolta. Il popolo padrone aveva tutto l’interesse di mantenere soggetti gli stranieri e le condizioni ambientali erano a favore del padrone, che tra l’altro badava a tenere sotto controllo il numero degli schiavi, perché non potesse prendere il sopravvento con una crescita numerica soverchiante.
Quando vogliamo indicare gli ostacoli che si frappongono tra un progetto e la sua attuazione diciamo: «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Ebbene: tra i sogni degli schiavi di tornare liberi e la possibilità di liberarsi il mare c’era davvero. Sarebbe occorsa una flotta per passare all’altra parte delle acque e fuggire lontano. Era impossibile approntare una flotta per valicare l’ostacolo. A complicare le cose, oltrepassato il mare, si presentava un ostacolo opposto e forse ancor più arduo: il deserto. Neppure una goccia d’acqua per migliaia di miglia, dunque neppure un filo d’erba e quindi nessuna risorsa per sopravvivere camminando su sabbia cocente.
Se si volesse immaginare una condizione senza speranza di soluzione, non se ne potrebbe proporre altra così cruda. Eppure non era che un simbolo, rispetto alla realtà degli esseri umani: tutti indistintamente condannati a perire dopo una vita di stenti o di godimento. Schiavi e liberi; uomini e bestie. Questo è il riassunto più sintetico dell’esistenza.
Ridicola era la soluzione adottata dai faraoni per non morire del tutto. Si affidavano a esperti che svuotavano il loro corpo fissandoli in un aspetto perenne. Ma si trattava dei loro cadaveri. Chiusi nei sarcofaghi, rintanati con i loro tesori inservibili dentro monumenti alti e robusti come montagne, pensavano di scampare alla demolizione e riduzione in polvere.
Stupido rimedio, che esaltava il loro non esserci più. Il monumento che avrebbe dovuto difenderli dai ladri era il grandioso segnale che là stavano i tesori. E furono inermi davanti ai ladruncoli che arrivarono fin lì a depredarli senza che potessero opporre la minima resistenza. Il loro non esserci più finì nei musei. I visitatori seppero ciò che furono ma vennero considerati oggetti.
E tuttavia Dio concesse il passaggio al suo popolo; anzi determinò una successione di passaggi. Vediamo i principali. Quello dell’angelo sterminatore, che facendo perire i primogeniti del popolo padrone determinò il passaggio del faraone da un atteggiamento di rifiuto al consenso alla partenza degli schiavi; il passaggio della moltitudine degli schiavi, dalla percezione di essere moltitudine dispersa alla consapevolezza di formare un popolo consanguineo, grazie al sacrificio dell’agnello che preservò le case dove era riunito per aspettare l’inizio del cammino in carovana. Quindi il passaggio del mare e infine il lungo ma ininterrotto passaggio del deserto fino alla terra promessa.
Si era realizzato in tal modo un altro simbolo. Quel passaggio non apparteneva a uno, ma a un popolo, non a una generazione, ma passava da una generazione all’altra. Una generazione perì sul limitare della terra promessa. La successiva, formata da quelli nati lungo i quarant’anni del pellegrinaggio, poté entrare di fatto nella meta promessa.
Era però pur sempre un passaggio che non aveva sbocchi successivi. Il popolo che aveva compiuto l’impresa sarebbe stato sepolto nella propria terra, ma sepolto. La morte rimaneva l’evento senza Pèsach, Pasca, Pasqua, Pâques, Pascua… Senza sbocco che non fosse il nulla.
È compatibile con l’amore sconfinato di Dio che imponga una festa La Bibbia indaga tale condizione e descrive in tutti i modi la condanna esistenziale, rigirando per così dire il coltello nella piaga. Non c’è passaggio ulteriore per l’uomo, non c’è via di scampo dalla morte. Basta leggere le parole di Qoèlet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa…».
Per una vera Pasqua, in grado di consentire una festa autentica, occorreva un passaggio che libera dalla catena del prima e del dopo, che però non sia il nulla. Un passaggio che permettesse all’essere umano di celebrarla dicendo alla morte: «Sei stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
La Pasqua cristiana è l’ultimo e definitivo passaggio, che permette all’uomo impegnato a incarnare il nuovo Adamo, volenteroso nel seguire il nuovo Mosè, di entrare nella vera Terra Promessa che sarà quello che chiamiamo Cielo. Dell’esistenza di questo ulteriore e definitivo passaggio abbiamo avuto la prova in Gesù Cristo, che per essere vero uomo è finito nel sepolcro, ma essendo vero Dio lo ha aperto dal di dentro, unico caso della storia. E lo ha aperto per tutti. Ha dimostrato la verità delle sue parole: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno».
Giustamente la Chiesa non si è limitata a farci festeggiare una sola Pasqua annuale, che quest’anno cade il 27 marzo, ma ben cinquantadue pasque; perché ogni domenica è una eco dell’unica festa che cambia tutta la vita. Senza di essa la nostra fede sarebbe vana e nulla della vita potrebbe essere festeggiato, perché sarebbe un tragitto verso il nulla della morte. E invece anche la morte è un passaggio, il più importante, il definitivo, la festa senza fine di essere con il Risorto dopo aver camminato dietro a lui anche per quella strettoia necessaria.

Don Michele Colagiovanni cpps

Annunci


Lascia un commento

La riflessione che intendo fare sulla Pasqua è personale, cioè senza consultazione di libri, anche se qualche libro sull’argomento nel corso della mia vita l’ho letto.
La Pasqua cristiana è una festa; anzi la Festa. Deriva da quella ebraica, che infatti era la festa per eccellenza del popolo e del singolo fedele. La stessa assonanza che c’è tra la parola ebraica e quella di molte lingue moderne per indicarla dimostra il comune significato. Pèsach in ebraico, Pasca, in latino, Pasqua in italiano, Pâques in francese, Pascua in spagnolo… Ripeto: il suono simile aiuta a comprendere che siamo nello stesso concetto della festa ebraica. Il significato è: passaggio. Dunque festa del passaggio, la possibilità di un oltre ogni stadio della vita, anche il più chiuso.
La Pasqua ha attinenza con il tempo; esperienza del vivere umano. Scorre la nostra esistenza secondo un prima e un dopo, senza la possibilità del fermo tempo, come sarebbe il fermo immagine in una pellicola. Si direbbe che la nostra vita si fondi sulla certezza del dopo, perché il presente non esiste. Nessuno può dire dell’attimo che sta vivendo: eccolo, e mostrarlo a un altro. È già passato, non è più quello. Se il tempo per noi si fermasse vorrebbe dire che non ci siamo più. Dunque tra il prima e il dopo, la Pasqua ci fa festeggiare la certezza del dopo, contro ogni evidenza, essendo incontrovertibile che ogni vita termina con la morte.
Il popolo di Israele che avrà il precetto di celebrare la festa del passaggio dimorava in una terra straniera, in condizione di schiavitù e senza alcuna speranza di svolta. Il popolo padrone aveva tutto l’interesse di mantenere soggetti gli stranieri e le condizioni ambientali erano a favore del padrone, che tra l’altro badava a tenere sotto controllo il numero degli schiavi, perché non potesse prendere il sopravvento con una crescita numerica soverchiante.
Quando vogliamo indicare gli ostacoli che si frappongono tra un progetto e la sua attuazione diciamo: «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Ebbene: tra i sogni degli schiavi di tornare liberi e la possibilità di liberarsi il mare c’era davvero. Sarebbe occorsa una flotta per passare all’altra parte delle acque e fuggire lontano. Era impossibile approntare una flotta per valicare l’ostacolo. A complicare le cose, oltrepassato il mare, si presentava un ostacolo opposto e forse ancor più arduo: il deserto. Neppure una goccia d’acqua per migliaia di miglia, dunque neppure un filo d’erba e quindi nessuna risorsa per sopravvivere camminando su sabbia cocente.
Se si volesse immaginare una condizione senza speranza di soluzione, non se ne potrebbe proporre altra così cruda. Eppure non era che un simbolo, rispetto alla realtà degli esseri umani: tutti indistintamente condannati a perire dopo una vita di stenti o di godimento. Schiavi e liberi; uomini e bestie. Questo è il riassunto più sintetico dell’esistenza.
Ridicola era la soluzione adottata dai faraoni per non morire del tutto. Si affidavano a esperti che svuotavano il loro corpo fissandoli in un aspetto perenne. Ma si trattava dei loro cadaveri. Chiusi nei sarcofaghi, rintanati con i loro tesori inservibili dentro monumenti alti e robusti come montagne, pensavano di scampare alla demolizione e riduzione in polvere.
Stupido rimedio, che esaltava il loro non esserci più. Il monumento che avrebbe dovuto difenderli dai ladri era il grandioso segnale che là stavano i tesori. E furono inermi davanti ai ladruncoli che arrivarono fin lì a depredarli senza che potessero opporre la minima resistenza. Il loro non esserci più finì nei musei. I visitatori seppero ciò che furono ma vennero considerati oggetti.
E tuttavia Dio concesse il passaggio al suo popolo; anzi determinò una successione di passaggi. Vediamo i principali. Quello dell’angelo sterminatore, che facendo perire i primogeniti del popolo padrone determinò il passaggio del faraone da un atteggiamento di rifiuto al consenso alla partenza degli schiavi; il passaggio della moltitudine degli schiavi, dalla percezione di essere moltitudine dispersa alla consapevolezza di formare un popolo consanguineo, grazie al sacrificio dell’agnello che preservò le case dove era riunito per aspettare l’inizio del cammino in carovana. Quindi il passaggio del mare e infine il lungo ma ininterrotto passaggio del deserto fino alla terra promessa.
Si era realizzato in tal modo un altro simbolo. Quel passaggio non apparteneva a uno, ma a un popolo, non a una generazione, ma passava da una generazione all’altra. Una generazione perì sul limitare della terra promessa. La successiva, formata da quelli nati lungo i quarant’anni del pellegrinaggio, poté entrare di fatto nella meta promessa.
Era però pur sempre un passaggio che non aveva sbocchi successivi. Il popolo che aveva compiuto l’impresa sarebbe stato sepolto nella propria terra, ma sepolto. La morte rimaneva l’evento senza Pèsach, Pasca, Pasqua, Pâques, Pascua… Senza sbocco che non fosse il nulla.
È compatibile con l’amore sconfinato di Dio che imponga una festa La Bibbia indaga tale condizione e descrive in tutti i modi la condanna esistenziale, rigirando per così dire il coltello nella piaga. Non c’è passaggio ulteriore per l’uomo, non c’è via di scampo dalla morte. Basta leggere le parole di Qoèlet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa…».
Per una vera Pasqua, in grado di consentire una festa autentica, occorreva un passaggio che libera dalla catena del prima e del dopo, che però non sia il nulla. Un passaggio che permettesse all’essere umano di celebrarla dicendo alla morte: «Sei stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
La Pasqua cristiana è l’ultimo e definitivo passaggio, che permette all’uomo impegnato a incarnare il nuovo Adamo, volenteroso nel seguire il nuovo Mosè, di entrare nella vera Terra Promessa che sarà quello che chiamiamo Cielo. Dell’esistenza di questo ulteriore e definitivo passaggio abbiamo avuto la prova in Gesù Cristo, che per essere vero uomo è finito nel sepolcro, ma essendo vero Dio lo ha aperto dal di dentro, unico caso della storia. E lo ha aperto per tutti. Ha dimostrato la verità delle sue parole: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno».
Giustamente la Chiesa non si è limitata a farci festeggiare una sola Pasqua annuale, che quest’anno cade il 27 marzo, ma ben cinquantadue pasque; perché ogni domenica è una eco dell’unica festa che cambia tutta la vita. Senza di essa la nostra fede sarebbe vana e nulla della vita potrebbe essere festeggiato, perché sarebbe un tragitto verso il nulla della morte. E invece anche la morte è un passaggio, il più importante, il definitivo, la festa senza fine di essere con il Risorto dopo aver camminato dietro a lui anche per quella strettoia necessaria.

Don Michele Colagiovanni cpps


Lascia un commento

Easter

My reflection on Easter is a personal one, that is, I have not consulted any books, though I have read books on the subject during my lifetime.
The Christian Pasch is a feast, it is the Feast. It comes from the Hebrew one, which, in fact, was the feast par excellence of the people and of the individual faithful. The same assonance between the Hebrew world and many modern languages shows the common meaning. Pèsach in Hebrew, Pasca, in Latin, Pasqua in Italian, Pâques in French, Pascua in Spanish… I repeat: the similar sound helps to understand that we have the same concept of the Hebrew feast. The word means passage or passing. Thus the feast of passage, the possibility of another state of life, also the most exclusive.
The Pasch, Easter, has a connection with time; it is an experience of the human being. Skim through our existence according to a before and after, without the possibility of freezing a frame, like is possible in watching a film. It could be said that our life is based on the certainty of an after, because the present does not exist. No one can say about the moment she is living: behold it, and show it to someone else. It is already past; it is no longer that which it was. If time for us were to stop, it would say that we are no longer there. So between the before and the after, the Pasch, Easter, has us celebrate the certainty of the after, against every evidence, being indubitable that every life ends with death.
The people of Israel, that will have the precept to celebrate the feast of passage, was living in a foreign land, in slavery, with no hope of change. The people who were their masters had all the interest to keep these foreigners subjects and the environmental conditions favored the masters, who among other things took care to maintain control over the number of slaves so they could not take the upper hand with a overwhelming increase in their numbers.
When we want to indicate obstacles that are put in the way of a project to prevent it from being implemented in Italian we say, “Between saying and doing there is the sea.” (“Many a slip between cup and lip” is an English equivalent.) Well, yes, between the slaves’ dreams of becoming free again and the possibility of being free there is truly a sea. It would take a fleet to get to the other side of the waters and flee far from there. It was impossible to prepare a fleet to cross the obstacle. To complicate things, an obstacle opposite that of the sea and perhaps even more difficult was there: the desert. Not a drop of water for thousands of miles, therefore, not even a blade of grass or any resource to survive, walking on the burning sand.
If you want to imagine a condition without hope of solution, you could not propose another so harsh. And yet it was nothing other than a symbol with regard to the reality of all human beings: all condemned to perish after a life of hardship or of pleasure. Slaves and free; human beings and animals. This is the most concise summary of existence.
The solution adopted by the pharaohs in order not to completely die was ridiculous. They entrusted themselves to experts who emptied out their bodies, fixing a everlasting aspect on them. But it was just a matter of their cadavers. Closed inside sarcophagi, hidden with their useless treasures within monuments as high and massive as mountains, they thought they could escape being destroyed and reduced to dust.
The remedy that exalted their not being there anymore was stupid. The monument that would have to be protected from thieves was a grandiose sign that treasures were there. And they were helpless in the face of thieves who would get in there and plunder them without their being able to give the least resistance. Their not being there anymore ended up in museums. The visitors knew what they were, but were only considered objects.
And yet, God allowed the passage of his people. He determined a succession of passages. Let’s take a look at the main ones. There was that of the destroyer angel, who in making the firstborn of the slave masters’ people perish, determined a passage in the pharaoh’s attitude from refusal to consenting to the departure of the slaves, from the perception of being a scattered multitude to the awareness of forming a blood-related family, thanks to the sacrifice of the lamb that kept the houses where they were gathered safe while awaiting the beginning of their journey in caravan. Then, the passing through the sea and finally the long, uninterrupted passing through the desert to the promised land.
In that way another symbol was realized. That passing belonged not to one person but to a people, not to one generation but it passed from one generation to the next. One generation perished on the threshold to the promised land. The next, formed by those born during the forty year’s pilgrimage, could in fact enter the promised goal.
However, though it was always a passage that was a dead end. The people who had undergone the enterprise would be buried in their own land, but buried. Death remained an event without Pèsach, Pasca, Pasqua, Pâques, Pascua… Being at a dead end which was not “nothing”.
It is compatible with the boundless love of God who imposes a feast. The Bible looks into that condition and describes the existential condemnation in various ways, twisting the knife in the wound, so to say. There is no further passing for the human person, there is no escaping death. Reading the words of Qoelet suffices: “ Vanity of vanities, all is vanity. What advantage does man have in all his work which he does under the sun? A generation goes and a generation comes, but the earth remains forever….”
For a true Pasch capable of allowing an authentic feast, a passing is needed that frees from the chains of the former and the afterward, which, however, is not a nothing. A passing that permits the human being to celebrate it by saying to death, “You have been swallowed up in victory. O death, where is your victory? Where is your sting?”
The Christian Pasch, Easter, is the final and definitive passing which permits the committed person to embody the new Adam, gladly following the new Moses to enter into the true Promised Land which is that called Heaven. We have the proof of the existence of this final and definitive passing in Jesus Christ, who because he was truly human ended up in the sepulcher, but being true God he opened it from within, the only case in history. And he opened it for everyone. He showed the truth of his words, “I am the resurrection and the life, those who believe in me, even if they die, will live. Whoever lives and believes in me will never die.”
Rightly the Church is not limited to having us celebrate only one annual Easter (Pasch), which this year falls on March 27, but fifty-two paschs. Each Sunday is an echo of the single feast that changes all life. Without it, our faith would be in vain and nothing of life could be celebrated, because it would be a way toward the nothingness of death. But instead, death is also a passing, the most important, the definitive passing, the endless feast of being with the Risen One after having also followed him through the necessary narrow passageway.

Don Giovanni Colagiovanni cpps

 

 


Lascia un commento

Easter

My reflection on Easter is a personal one, that is, I have not consulted any books, though I have read books on the subject during my lifetime.
The Christian Pasch is a feast, it is the Feast. It comes from the Hebrew one, which, in fact, was the feast par excellence of the people and of the individual faithful. The same assonance between the Hebrew world and many modern languages shows the common meaning. Pèsach in Hebrew, Pasca, in Latin, Pasqua in Italian, Pâques in French, Pascua in Spanish… I repeat: the similar sound helps to understand that we have the same concept of the Hebrew feast. The word means passage or passing. Thus the feast of passage, the possibility of another state of life, also the most exclusive.
The Pasch, Easter, has a connection with time; it is an experience of the human being. Skim through our existence according to a before and after, without the possibility of freezing a frame, like is possible in watching a film. It could be said that our life is based on the certainty of an after, because the present does not exist. No one can say about the moment she is living: behold it, and show it to someone else. It is already past; it is no longer that which it was. If time for us were to stop, it would say that we are no longer there. So between the before and the after, the Pasch, Easter, has us celebrate the certainty of the after, against every evidence, being indubitable that every life ends with death.
The people of Israel, that will have the precept to celebrate the feast of passage, was living in a foreign land, in slavery, with no hope of change. The people who were their masters had all the interest to keep these foreigners subjects and the environmental conditions favored the masters, who among other things took care to maintain control over the number of slaves so they could not take the upper hand with a overwhelming increase in their numbers.
When we want to indicate obstacles that are put in the way of a project to prevent it from being implemented in Italian we say, “Between saying and doing there is the sea.” (“Many a slip between cup and lip” is an English equivalent.) Well, yes, between the slaves’ dreams of becoming free again and the possibility of being free there is truly a sea. It would take a fleet to get to the other side of the waters and flee far from there. It was impossible to prepare a fleet to cross the obstacle. To complicate things, an obstacle opposite that of the sea and perhaps even more difficult was there: the desert. Not a drop of water for thousands of miles, therefore, not even a blade of grass or any resource to survive, walking on the burning sand.
If you want to imagine a condition without hope of solution, you could not propose another so harsh. And yet it was nothing other than a symbol with regard to the reality of all human beings: all condemned to perish after a life of hardship or of pleasure. Slaves and free; human beings and animals. This is the most concise summary of existence.
The solution adopted by the pharaohs in order not to completely die was ridiculous. They entrusted themselves to experts who emptied out their bodies, fixing a everlasting aspect on them. But it was just a matter of their cadavers. Closed inside sarcophagi, hidden with their useless treasures within monuments as high and massive as mountains, they thought they could escape being destroyed and reduced to dust.
The remedy that exalted their not being there anymore was stupid. The monument that would have to be protected from thieves was a grandiose sign that treasures were there. And they were helpless in the face of thieves who would get in there and plunder them without their being able to give the least resistance. Their not being there anymore ended up in museums. The visitors knew what they were, but were only considered objects.
And yet, God allowed the passage of his people. He determined a succession of passages. Let’s take a look at the main ones. There was that of the destroyer angel, who in making the firstborn of the slave masters’ people perish, determined a passage in the pharaoh’s attitude from refusal to consenting to the departure of the slaves, from the perception of being a scattered multitude to the awareness of forming a blood-related family, thanks to the sacrifice of the lamb that kept the houses where they were gathered safe while awaiting the beginning of their journey in caravan. Then, the passing through the sea and finally the long, uninterrupted passing through the desert to the promised land.
In that way another symbol was realized. That passing belonged not to one person but to a people, not to one generation but it passed from one generation to the next. One generation perished on the threshold to the promised land. The next, formed by those born during the forty year’s pilgrimage, could in fact enter the promised goal.
However, though it was always a passage that was a dead end. The people who had undergone the enterprise would be buried in their own land, but buried. Death remained an event without Pèsach, Pasca, Pasqua, Pâques, Pascua… Being at a dead end which was not “nothing”.
It is compatible with the boundless love of God who imposes a feast. The Bible looks into that condition and describes the existential condemnation in various ways, twisting the knife in the wound, so to say. There is no further passing for the human person, there is no escaping death. Reading the words of Qoelet suffices: “ Vanity of vanities, all is vanity. What advantage does man have in all his work which he does under the sun? A generation goes and a generation comes, but the earth remains forever….”
For a true Pasch capable of allowing an authentic feast, a passing is needed that frees from the chains of the former and the afterward, which, however, is not a nothing. A passing that permits the human being to celebrate it by saying to death, “You have been swallowed up in victory. O death, where is your victory? Where is your sting?”
The Christian Pasch, Easter, is the final and definitive passing which permits the committed person to embody the new Adam, gladly following the new Moses to enter into the true Promised Land which is that called Heaven. We have the proof of the existence of this final and definitive passing in Jesus Christ, who because he was truly human ended up in the sepulcher, but being true God he opened it from within, the only case in history. And he opened it for everyone. He showed the truth of his words, “I am the resurrection and the life, those who believe in me, even if they die, will live. Whoever lives and believes in me will never die.”
Rightly the Church is not limited to having us celebrate only one annual Easter (Pasch), which this year falls on March 27, but fifty-two paschs. Each Sunday is an echo of the single feast that changes all life. Without it, our faith would be in vain and nothing of life could be celebrated, because it would be a way toward the nothingness of death. But instead, death is also a passing, the most important, the definitive passing, the endless feast of being with the Risen One after having also followed him through the necessary narrow passageway.

Don Giovanni Colagiovanni cpps


Lascia un commento

Nel tuo sepolcro …c’è Vita!

Alleluia! Il Signore Gesù è risorto, la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo! Questo è l’annuncio che ciascuno di noi dovrebbe proclamare ininterrottamente in questo giorno glorioso e santo, dove è stata sconfitta la morte, dove è stato distrutto il peccato, ma soprattutto dove trionfa la VITA! Proprio con questi sentimenti di gioia che vogliamo iniziare questa breve, ma intensa meditazione sulla stupenda pagina del Vangelo di questa notte e vogliamo cominciare dalle donne che stavano andando al sepolcro per andare ad ungere con gli aromi il corpo di Gesù. Spiazzate, però, non lo trovano e cadono subito nel dubbio, non ricordandosi ciò che il Maestro precedentemente aveva annunciato; impaurite da questi due uomini che si presentano a loro in abiti sfolgorati, dopo aver ascoltato le loro parole e fatto memoria subito iniziano a dare l’annuncio di Risurrezione! A volte capita anche a noi, nelle nostre storie di vita quotidiana, di dimenticare l’annuncio di vita, di Risurrezione, una bella notizia che ci hanno dato e vedere solamente tristezza, paura, disperazione. Noi siamo abituati più a focalizzarci sulle cose “brutte”, mai su quelle che ti fanno fare un bel sorriso sul volto o che ti riaccendono la giornata nella gioia, nonostante i problemi che ciascuno attraversa nella propria esistenza. Quelle donne sono le prime a fare memoria ed a accorrere per ricordare a tutti che non bisogna disperarsi, piangere, essere tristi, ma pieni di gioia e di vita: EGLI E’ RISORTO! Ma sappiamo bene, che la nostra umanità è limitata, gli stessi apostoli dice la Scrittura che al racconto delle donne erano titubanti, ma non tutti. Pietro infatti, colui che lo aveva tradito e rinnegato, corre verso il sepolcro e torna PIENO DI STUPORE! E’ proprio lo stupore che a noi esseri umani manca tantissime volte! Non ci stupiamo più di nulla, perché pensiamo che nulla delle situazioni che stiamo vivendo può cambiare. Invece no! Ogni cosa può cambiare se ti fidi di Dio, se vivi da persona Risorta, uscendo da quei sepolcri che bloccano la tua vita e correndo come Pietro ti stupirai di quanto è bello sapere che DIO DESIDERA SOLO ED ESCLUSIVAMENTE

LA TUA FELICITA’!

VIVI DA RISORTO E FIDATI DI LUI!

Buona e Santa Pasqua di Risurrezione!

Marco Lambertucci sem cpps
Matteo Ciuffreda sem cpps


Lascia un commento

In your tomb….there is Life!

Alleluia! The Lord Jesus is risen, the light of the Eternal King has conquered the darkness of the world! This is the message that each of us should constantly proclaim on this glorious and holy day, when death was defeated, when sin was destroyed, but above all the when there was the triumphant of LIFE! It is with these feelings of joy that we want to start this brief but intense meditation on the stupendous Gospel passage of this night and we want to start from the women who were going to go to the tomb to anoint with spices the body of Jesus. Astonished, however, they do not find Him and fall immediately in doubt, not remembering what their Teacher had previously announced; frightened by these two men who present themselves in dazzling clothes, after listening to their words and remembering, immediately they begin to give the announcement of the Resurrection! Sometimes this happens also to us, in our daily life stories, forgetting the proclamation of life, of Resurrection, of the good news that they have given us and only see sadness, fear, despair. We are more used to focus on the “ugly” things, never on those that make you have a beautiful smile on your face or that rekindle our day in joy, despite the problems that everyone goes through in their lives. Those women are the first to make memory and to hasten to remind everyone that we must not despair, cry, be sad, but full of joy and life: HE IS RISEN! But we know that our humanity is limited, the Apostles themselves, as Scripture says, in hearing the story of the women, they were in disbelief, but not all. For Peter, the one who had betrayed and denied Him, runs to the tomb and leaves FULL OF MARVEL! It is the marvel that us humans are missing so many times in our lives! We are not marveled about anything, because we think that none of the situations that we are living can change. Instead no! Anything can change if you trust God, if you live as a Resurrected person, coming out of the tombs that block your life and running as Peter you will be marveled at how good it feels to know that GOD WANTS ONLY AND ESCLUSIVELY YOUR HAPPINESS!

LIVE AS A RESURRECTED AND TRUST HIM!

Happy and Holy Easter of Resurrection!

Marco Lambertucci sem cpps
Matteo Ciuffreda sem cpps


Lascia un commento

La Croce: gioia e dolore!

Oggi è il giorno in cui si contempla nel silenzio, con meditazione, il grandissimo mistero e dono della passione e morte del Signore! Molte volte, pensiamo che questo giorno possiamo trascorrerlo nella tristezza, nel pianto, ma in realtà sbagliamo e siamo lontanissimi da ciò che realmente è il senso vero e profondo di ciò che abbiamo davanti agli occhi. La croce siamo sempre stati abituati a vederla come simbolo di morte, ma proprio ciò che apparentemente sembra morte, Cristo con la sua donazione totale e completa l’ha resa REDENZIONE! Quante volte, di anno in anno, nella nostra vita abbiamo sicuramente letto e meditato questo passo biblico in cui si attraversa la vita di Gesù dal tradimento di Giuda Iscariota alla deposizione del corpo del Cristo dalla croce. Ci saremo dispiaciuti, rammaricati, pensando che questi erano gli atteggiamenti giusti per vivere un buon venerdì santo! Invece no! Oggi in modo particolarissimo sostiamo in profondo silenzio, cercando di immaginare la sofferenza ed il dolore che Gesù ha provato in quel momento, ma con sentimenti di GRATITUDINE perché Lui HA DONATO LA VITA PER TE! Il suo esempio di abbandono nelle mani del Padre abbracciando quella croce versando fino all’ultima goccia del suo Preziosissimo Sangue ci faccia comprendere e vivere come anche noi, nelle nostre difficoltà di ogni giorno, non dobbiamo scappare o sviarle, bensì, accoglierle, abbracciarle e camminare con la nostra croce, certi che Gesù per primo ha caricato e continua a caricare sulle sue spalle tutte le nostre croci, tutte quelle sofferenze che attraversiamo, perché se ci fidiamo di Lui possono esser trasformate veramente in situazioni di grazia!

Buona contemplazione della Santa Croce!

 

Marco Lambertucci sem. cpps

Matteo Ciuffreda sem.cpps