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Pasqua

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La riflessione che intendo fare sulla Pasqua è personale, cioè senza consultazione di libri, anche se qualche libro sull’argomento nel corso della mia vita l’ho letto.
La Pasqua cristiana è una festa; anzi la Festa. Deriva da quella ebraica, che infatti era la festa per eccellenza del popolo e del singolo fedele. La stessa assonanza che c’è tra la parola ebraica e quella di molte lingue moderne per indicarla dimostra il comune significato. Pèsach in ebraico, Pasca, in latino, Pasqua in italiano, Pâques in francese, Pascua in spagnolo… Ripeto: il suono simile aiuta a comprendere che siamo nello stesso concetto della festa ebraica. Il significato è: passaggio. Dunque festa del passaggio, la possibilità di un oltre ogni stadio della vita, anche il più chiuso.
La Pasqua ha attinenza con il tempo; esperienza del vivere umano. Scorre la nostra esistenza secondo un prima e un dopo, senza la possibilità del fermo tempo, come sarebbe il fermo immagine in una pellicola. Si direbbe che la nostra vita si fondi sulla certezza del dopo, perché il presente non esiste. Nessuno può dire dell’attimo che sta vivendo: eccolo, e mostrarlo a un altro. È già passato, non è più quello. Se il tempo per noi si fermasse vorrebbe dire che non ci siamo più. Dunque tra il prima e il dopo, la Pasqua ci fa festeggiare la certezza del dopo, contro ogni evidenza, essendo incontrovertibile che ogni vita termina con la morte.
Il popolo di Israele che avrà il precetto di celebrare la festa del passaggio dimorava in una terra straniera, in condizione di schiavitù e senza alcuna speranza di svolta. Il popolo padrone aveva tutto l’interesse di mantenere soggetti gli stranieri e le condizioni ambientali erano a favore del padrone, che tra l’altro badava a tenere sotto controllo il numero degli schiavi, perché non potesse prendere il sopravvento con una crescita numerica soverchiante.
Quando vogliamo indicare gli ostacoli che si frappongono tra un progetto e la sua attuazione diciamo: «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Ebbene: tra i sogni degli schiavi di tornare liberi e la possibilità di liberarsi il mare c’era davvero. Sarebbe occorsa una flotta per passare all’altra parte delle acque e fuggire lontano. Era impossibile approntare una flotta per valicare l’ostacolo. A complicare le cose, oltrepassato il mare, si presentava un ostacolo opposto e forse ancor più arduo: il deserto. Neppure una goccia d’acqua per migliaia di miglia, dunque neppure un filo d’erba e quindi nessuna risorsa per sopravvivere camminando su sabbia cocente.
Se si volesse immaginare una condizione senza speranza di soluzione, non se ne potrebbe proporre altra così cruda. Eppure non era che un simbolo, rispetto alla realtà degli esseri umani: tutti indistintamente condannati a perire dopo una vita di stenti o di godimento. Schiavi e liberi; uomini e bestie. Questo è il riassunto più sintetico dell’esistenza.
Ridicola era la soluzione adottata dai faraoni per non morire del tutto. Si affidavano a esperti che svuotavano il loro corpo fissandoli in un aspetto perenne. Ma si trattava dei loro cadaveri. Chiusi nei sarcofaghi, rintanati con i loro tesori inservibili dentro monumenti alti e robusti come montagne, pensavano di scampare alla demolizione e riduzione in polvere.
Stupido rimedio, che esaltava il loro non esserci più. Il monumento che avrebbe dovuto difenderli dai ladri era il grandioso segnale che là stavano i tesori. E furono inermi davanti ai ladruncoli che arrivarono fin lì a depredarli senza che potessero opporre la minima resistenza. Il loro non esserci più finì nei musei. I visitatori seppero ciò che furono ma vennero considerati oggetti.
E tuttavia Dio concesse il passaggio al suo popolo; anzi determinò una successione di passaggi. Vediamo i principali. Quello dell’angelo sterminatore, che facendo perire i primogeniti del popolo padrone determinò il passaggio del faraone da un atteggiamento di rifiuto al consenso alla partenza degli schiavi; il passaggio della moltitudine degli schiavi, dalla percezione di essere moltitudine dispersa alla consapevolezza di formare un popolo consanguineo, grazie al sacrificio dell’agnello che preservò le case dove era riunito per aspettare l’inizio del cammino in carovana. Quindi il passaggio del mare e infine il lungo ma ininterrotto passaggio del deserto fino alla terra promessa.
Si era realizzato in tal modo un altro simbolo. Quel passaggio non apparteneva a uno, ma a un popolo, non a una generazione, ma passava da una generazione all’altra. Una generazione perì sul limitare della terra promessa. La successiva, formata da quelli nati lungo i quarant’anni del pellegrinaggio, poté entrare di fatto nella meta promessa.
Era però pur sempre un passaggio che non aveva sbocchi successivi. Il popolo che aveva compiuto l’impresa sarebbe stato sepolto nella propria terra, ma sepolto. La morte rimaneva l’evento senza Pèsach, Pasca, Pasqua, Pâques, Pascua… Senza sbocco che non fosse il nulla.
È compatibile con l’amore sconfinato di Dio che imponga una festa La Bibbia indaga tale condizione e descrive in tutti i modi la condanna esistenziale, rigirando per così dire il coltello nella piaga. Non c’è passaggio ulteriore per l’uomo, non c’è via di scampo dalla morte. Basta leggere le parole di Qoèlet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa…».
Per una vera Pasqua, in grado di consentire una festa autentica, occorreva un passaggio che libera dalla catena del prima e del dopo, che però non sia il nulla. Un passaggio che permettesse all’essere umano di celebrarla dicendo alla morte: «Sei stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
La Pasqua cristiana è l’ultimo e definitivo passaggio, che permette all’uomo impegnato a incarnare il nuovo Adamo, volenteroso nel seguire il nuovo Mosè, di entrare nella vera Terra Promessa che sarà quello che chiamiamo Cielo. Dell’esistenza di questo ulteriore e definitivo passaggio abbiamo avuto la prova in Gesù Cristo, che per essere vero uomo è finito nel sepolcro, ma essendo vero Dio lo ha aperto dal di dentro, unico caso della storia. E lo ha aperto per tutti. Ha dimostrato la verità delle sue parole: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno».
Giustamente la Chiesa non si è limitata a farci festeggiare una sola Pasqua annuale, che quest’anno cade il 27 marzo, ma ben cinquantadue pasque; perché ogni domenica è una eco dell’unica festa che cambia tutta la vita. Senza di essa la nostra fede sarebbe vana e nulla della vita potrebbe essere festeggiato, perché sarebbe un tragitto verso il nulla della morte. E invece anche la morte è un passaggio, il più importante, il definitivo, la festa senza fine di essere con il Risorto dopo aver camminato dietro a lui anche per quella strettoia necessaria.

Don Michele Colagiovanni cpps

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